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martedì 26 aprile 2011
25 APRILE legnarese
Ricordo il 25 aprile del 1945 come fosse oggi, un aereo volava sopra il nostro cielo, faceva una scia bianca rossa e verde come segno di pace per la liberazione dalla dittatura fascista ma soprattutto dal nazismo che per anni fece stragi di persone creando paura e disperazione in tutte le famiglie della nostra comunità. Quel aereo volava sempre più in alto, sembrava quasi un Angelo che volesse comunicare dal cielo e ancora più su, forse dal Regno dei Cieli. Non conoscevo la nazionalità di quel aereo.
Da quel lontano 25 aprile sono passati 66 anni, e oggi che, 25 aprile 2011, coincide con la Festa dell’Angelo, vengono separate. Io non avrò più l’occasione di vedere due feste così nello stesso giorno, Festa Dell’ Angelo e Festa Della Liberazione “ 25 aprile 2011”.
Ingrati coloro che hanno voluto separare le due ricorrenze sprecando questa meravigliosa coincidenza. Questa mattina tre volte mi sono recato davanti al monumento dei caduti per la patria, pur sapendo che la festa civile è stata rinviata. Davanti al monumento dei caduti non ho pregato perchè non so pregare, ma ho pensato: "perdonate coloro che fanno quello che non sanno".
Mi permetto di usare una affermazione fatta oggi stesso dal sindaco di Sant’ Angelo durante la commemorazione de 25 aprile 2011.
"Ma se è vero che oggi festeggiamo la caduta fascista, voglio ricordare che il 25 aprile simboleggia un’altra ITALIA, un’Italia differente, che non si lascia sedurre ed ha la capacità critica di saper giudicare e scegliere. Liberiamoci quindi dell’attuale situazione, che io definisco “molle” perchè in grado soggiornare con strumenti economici, mediatici e culturali. Non scoraggiamoci".
REAGIAMO PERCHE’ UN’ALTRA ITALIA E’ POSSIBILE. REAGIAMO PERCHE’ TUTTE LE PERSONE, ONESTE,SERIE, LABORIOSE, SOLIDALI E VOLENTEROSE ABBIANO A TROVARE SPAZIO E RAPPRESENTATIVITA’ .
Voglio pensare che anche noi nel nostro piccolo possiamo e dobbiamo portare un contributo indispensabile per giungere a questa nuova FESTA DI LIBERAZIONE.
Grazie signor sindaco di Sant’Angelo, condivido con gratitudine la Sua saggia espressione di ricordo umano per il giorno della Liberazione 25 aprile 2011. Voglio precisare che davanti il Monumento dei Caduti di LEGNARO alle ore undici esatte ho conversato con due persone della mia stessa età che ha vissuto la dittatura fascista e poi la guerra, portarono con sè la bandiera tricolore e la della liberazione. Anche loro indignati per la scelta delle nostre autorità a non essere presenti accanto al monumento per rendere omaggio a chi morì per la pace. W il 25 aprile. Vito Motti
venerdì 12 novembre 2010
“ZOCCOLE” DAI TACCHI di CRISTALLO DOLCE
Che strano titolo ha questo racconto, ma è una storia vera vissuta da famiglie legnaresi.
L’unica industria nella zona del “Piovese” che poteva dare lavoro stagionale era lo “ZUCCHERIFICIO di PONTELONGO”.
Il periodo della campagna di Pontelongo aveva inizio il primo agosto e terminava alla fine di ottobre. Avevano diritto di occupazione coloro che avevano una famiglia numerosa con bambini di tenera età. La nostra famiglia aveva tutti i requisiti necessari affinchè nostro padre potesse lavorare nello stabilimento.
Purtroppo non tutti potevano avere questo privilegio e lavorare circa tre mesi all’anno costituiva una boccata di ossigeno che aiutava molto a sopravvivere con un po’ di più dignità.
Arrivo subito alle “ZOCCOLE” del titolo, spero che non vi siate lasciati ingannare!
“ZOCCOLE” in questo caso non sono ragazze squillo con le scarpette di cristallo, ma ben sì “SOCOE de legno” (zoccoli) con al posto della soletta, ben quatto centimetri di zucchero cristallizzato.
Nostro padre lavorava nel reparto delle centrifughe dove veniva separata la parte zuccherina dai sottoprodotti della lavorazione della barbabietola.
Dalle centrifughe fuoriescono sempre piccole quantità di zucchero e vapori pertanto, camminando per dieci ore con le SOCOE sopra a questa pasta zuccherina, il legno delle solette veniva unto e ricoperto di zucchero fino a raggiungere spessori di cinque centimetri.
Finito il turno di lavoro papà saliva sulla bicicletta e tornava a casa; arrivato stanco sfinito si levava le socoe puzzolenti e si buttava sul letto a riposare.
La storia non finisce qui. Noi bambini, sempre ghiotti di cose dolci, camminando a gattoni, senza fare rumori per non svegliare nostro babbo, andavamo a prendersi le SOCOE risuolate di zucchero cristallizzato e dietro la casa, come piccoli roditori, si faceva pulizia dei succulenti tacchi di cristallo dolce.
Non tutte le volte però riuscivamo arrivare per primi; ad impossessarsi dei cristalli di zucchero, c'era anche un'altro pretendente in casa, un rivale in questa operazione segreta: la nostra nonna Bepa.
La nonna con un coltello separava con precisione i cristalli di zucchero dalle SOCOE, poi li metteva in una pentola con un po’ d’acqua, a fuoco lento e poi li faceva bollire per cinque dieci minuti per la sterilizzare il tutto, ed in fine con un panno pulito filtrava la parte zuccherina dalle impurità. (in sostanza faceva lo stesso lavoro delle centrifughe dello zuccherificio). La parte zuccherina era di colore marrone chiaro trasparente, alla quale aggiungeva farina in giusta quantità, due o tre cucchiai di grappa, un po’ di pepe, un pizzico di sale e mescolava tutto l’impasto con la mestola fino a che la mescola stessa potesse restare in piedi nell’impasto, poi lasciava riposare il tutto per due o tre ore.
Nel frattempo accendeva il camino (fogoaro) con canne e fascine di legno, scaldava per bene le pietre della base del camino, (esattamente come fa il pizzaiolo con il forno delle pizze). Dopo di che, spostava il fuoco all’angolo del camino lasciando libere le pietre divenute calde, le puliva per bene, e con un cucchiaio a mani nude,(i guanti in lattice non esistevano), distribuiva sopra l’impasto dolce facendo tante piccole porzioni a mo’ di piccola “motta” (montagna).
Dopo sette minuti circa, venivano sfornati così dei succosi amaretti della nonna.
Noi bambini eravamo doppiamente fortunati: la prima volta per avere avuto una nonna capace di fare amaretti e biscotti con i tacchi delle “socoe” di cristallo dolce; e la seconda volta, di avere avuto una nonna “sdentegà” (senza denti) così ci lasciava ampie porzioni di amaretti e biscotti per tutti noi nipoti.
Ciao nonna ti voglio bene..
Ho scritto questo racconto, prendendo spunto da una notizia data dalla TV, nella quale dalle statistiche effettuate, si dice, che il 30% dei generi alimentari acquistati dalle famiglie italiane, vengono buttati nella spazzatura.
Il giornalista sosteneva, che se si potesse recuperare questo 30% di spreco, si potrebbe sfamare un intero continente come l’Africa.
A mio avviso, non tutte le famiglie italiane hanno questo lusso di potersi permette di buttare nella spazzatura il 30% dei generi alimentari; io per esempio,non rientro tra questi.
Se le statistiche hanno compreso anche la mia famiglia, mi fa pensare che quello della porta accanto butta nella spazzatura il 70% di generi alimentari.
Cosa fare?
Ora sono costretto a chiamare mia nonna Bepa; che a me mi fa una severa tirata di orecchie che quasi me le leva, e a quello della porta accanto, oltre a levargli le orecchie, gli da un calcio sulla parte bassa, il lato “B”, e lo manda dritto in all’inferno, nel girone degli spreconi di cibo ( se esiste).
Anche questo piccolo racconto, è una povera e umile storia vera, che parla di vita vissuta, di quando ero “picinin”.
Vito Motti.
L’unica industria nella zona del “Piovese” che poteva dare lavoro stagionale era lo “ZUCCHERIFICIO di PONTELONGO”.
Il periodo della campagna di Pontelongo aveva inizio il primo agosto e terminava alla fine di ottobre. Avevano diritto di occupazione coloro che avevano una famiglia numerosa con bambini di tenera età. La nostra famiglia aveva tutti i requisiti necessari affinchè nostro padre potesse lavorare nello stabilimento.
Purtroppo non tutti potevano avere questo privilegio e lavorare circa tre mesi all’anno costituiva una boccata di ossigeno che aiutava molto a sopravvivere con un po’ di più dignità.
Arrivo subito alle “ZOCCOLE” del titolo, spero che non vi siate lasciati ingannare!
“ZOCCOLE” in questo caso non sono ragazze squillo con le scarpette di cristallo, ma ben sì “SOCOE de legno” (zoccoli) con al posto della soletta, ben quatto centimetri di zucchero cristallizzato.
Nostro padre lavorava nel reparto delle centrifughe dove veniva separata la parte zuccherina dai sottoprodotti della lavorazione della barbabietola.
Dalle centrifughe fuoriescono sempre piccole quantità di zucchero e vapori pertanto, camminando per dieci ore con le SOCOE sopra a questa pasta zuccherina, il legno delle solette veniva unto e ricoperto di zucchero fino a raggiungere spessori di cinque centimetri.
Finito il turno di lavoro papà saliva sulla bicicletta e tornava a casa; arrivato stanco sfinito si levava le socoe puzzolenti e si buttava sul letto a riposare.
La storia non finisce qui. Noi bambini, sempre ghiotti di cose dolci, camminando a gattoni, senza fare rumori per non svegliare nostro babbo, andavamo a prendersi le SOCOE risuolate di zucchero cristallizzato e dietro la casa, come piccoli roditori, si faceva pulizia dei succulenti tacchi di cristallo dolce.
Non tutte le volte però riuscivamo arrivare per primi; ad impossessarsi dei cristalli di zucchero, c'era anche un'altro pretendente in casa, un rivale in questa operazione segreta: la nostra nonna Bepa.
La nonna con un coltello separava con precisione i cristalli di zucchero dalle SOCOE, poi li metteva in una pentola con un po’ d’acqua, a fuoco lento e poi li faceva bollire per cinque dieci minuti per la sterilizzare il tutto, ed in fine con un panno pulito filtrava la parte zuccherina dalle impurità. (in sostanza faceva lo stesso lavoro delle centrifughe dello zuccherificio). La parte zuccherina era di colore marrone chiaro trasparente, alla quale aggiungeva farina in giusta quantità, due o tre cucchiai di grappa, un po’ di pepe, un pizzico di sale e mescolava tutto l’impasto con la mestola fino a che la mescola stessa potesse restare in piedi nell’impasto, poi lasciava riposare il tutto per due o tre ore.
Nel frattempo accendeva il camino (fogoaro) con canne e fascine di legno, scaldava per bene le pietre della base del camino, (esattamente come fa il pizzaiolo con il forno delle pizze). Dopo di che, spostava il fuoco all’angolo del camino lasciando libere le pietre divenute calde, le puliva per bene, e con un cucchiaio a mani nude,(i guanti in lattice non esistevano), distribuiva sopra l’impasto dolce facendo tante piccole porzioni a mo’ di piccola “motta” (montagna).
Dopo sette minuti circa, venivano sfornati così dei succosi amaretti della nonna.
Noi bambini eravamo doppiamente fortunati: la prima volta per avere avuto una nonna capace di fare amaretti e biscotti con i tacchi delle “socoe” di cristallo dolce; e la seconda volta, di avere avuto una nonna “sdentegà” (senza denti) così ci lasciava ampie porzioni di amaretti e biscotti per tutti noi nipoti.
Ciao nonna ti voglio bene..
Ho scritto questo racconto, prendendo spunto da una notizia data dalla TV, nella quale dalle statistiche effettuate, si dice, che il 30% dei generi alimentari acquistati dalle famiglie italiane, vengono buttati nella spazzatura.
Il giornalista sosteneva, che se si potesse recuperare questo 30% di spreco, si potrebbe sfamare un intero continente come l’Africa.
A mio avviso, non tutte le famiglie italiane hanno questo lusso di potersi permette di buttare nella spazzatura il 30% dei generi alimentari; io per esempio,non rientro tra questi.
Se le statistiche hanno compreso anche la mia famiglia, mi fa pensare che quello della porta accanto butta nella spazzatura il 70% di generi alimentari.
Cosa fare?
Ora sono costretto a chiamare mia nonna Bepa; che a me mi fa una severa tirata di orecchie che quasi me le leva, e a quello della porta accanto, oltre a levargli le orecchie, gli da un calcio sulla parte bassa, il lato “B”, e lo manda dritto in all’inferno, nel girone degli spreconi di cibo ( se esiste).
Anche questo piccolo racconto, è una povera e umile storia vera, che parla di vita vissuta, di quando ero “picinin”.
Vito Motti.
giovedì 14 ottobre 2010
SI VA A TRONCHI, TEMPI DA NON DIMENTICARE
Ricevo e pubblico:
Legnaro non è un paese di villeggiatura e quello che sto per raccontare non era un hobby o un divertimento, era una necessità familiare.
Questa attività, se così si vuole chiamarla, ha origini antiche, il periodo in cui si poteva svolgere era tra il 15 ottobre e il 20 dicembre: prima di questa data gli alberi sono ancora coperti dal loro fogliame, oltre le condizioni del tempo non lo permettono.
Le attrezzature erano semplici e a portata di tutti, una carriola grande e due sacchi; non doveva mai mancare una menara (ascia). Questa attività richiedeva sempre due persone, uno guidava la carriola, l’altro con una corda la tirava con tutto il suo carico. Il percorso era sempre lungo attraverso fossi e boschi, qualche volta lungo il fiume per raccogliere pezzi di legna trascinati dalle piene.
I TRONCHI sono pezzi di legna secca prelevati dalla base di un albero tagliato (detto tappara). Era severamente vietato prelevare legna dagli alberi di alto fusto e soprattutto ancora verdi. Per chi trasgrediva questa regola le punizioni erano: sequestro immediato del carico fatto e di tutta l’attrezzatura ma non solo, si doveva dare alle guardie nome e cognome.
Ultimato il carico si tornava casa, molte volte a notte fonda, stanchi sfiniti ma contenti per avere fatto un carico di TRONCHI di legna secca. Non era molto, si faceva fuoco circa una settimana. Tengo a precisare che a quei tempi esistevano anche fonti di "energia alternative": scanarei e scataruni, (sono la parte interna della pannocchia di granoturco) ottimo combustibile erano le graspaioe ( i resti dei grappoli d’uva, cioè la vinaccia), le fascine (piccoli ramoscelli di potatura), canne di granoturco legate con una stoppa, (la stroppa era una bacchettina sottile e flessibile di legno salice detto anche stroppaia).
Questo mestiere era facile e semplice da imparare, noi lo prendavamo per gioco, invece era una necessità per la famiglia. Con questo povero e umile lavoro, siamo riusciti a sopravvivere e campare per secoli. L’inverno era lungo da passare e, senza legna da ardere, sarebbe stato ancora più lungo. Molte volte l’inverno diventava corto, perché si moriva dal freddo prima che finisse, ma questo capitava in quei di case (tuguri) dove abitavano persone anziane, sole e spesse volte ammalate e inferme, non avevano certo le forze per andare a tronchi. Come si diceva allora? Amen, così sia.
Questa specie di attività, la facevano quelle famiglie che non avevano terreni per coltivare la legna anno per anno, e qui a Legnaro non erano poche. Questo lavoro era considerato umiliante, perché dimostravi di essere un bracciante agricolo ossia un morto di fame. Il bracciante agricolo non era un stipendiato come lo si può immaginare oggi, era una persona come tutte le altre, aveva le mani grandi e callose, braccia robuste, ma si faceva un mazzo così- (+)- per avere il minimo indispensabile e superare periodi stagionali freddi. Alla fine però questo lavoro era molto utile per l’ambiente: i fossi , i boschi e piccoli corsi d’acqua erano puliti e ben curati. Nei fossi, da bambini, facevamo il bagno, ora se fai il bagno nei corsi d’acqua rimani fritto per sempre.
Non mi dilungo per non essere noioso con questi miei ricordi. Voglio soltanto comunicare le differenze ambientali del nostro paese, delle nostre campagne, dei nostri corsi d’acqua dei fossi. Come lo erano quando si andava a tronchi, come lo sono quando a tronchi non si va più.
Sono passati oltre settanta anni, non abbiamo più bisogno di andare raccogliere i TRONCHI di legna e le bacchettine o di raccogliere le foglie degli alberi per fare il letto alle mucche. Ora non serve più raccogliere il sottobosco e tantomeno fare pulizia ai fossi, non vengono più curati i boschi, non viene più tagliata la legna, tutto viene lasciato in abbandono a se stesso. I fossi sono diventati topaie inagibili, alberi secchi, foglie marce hanno creano odori, producono zanzare di alta qualità. Ci sono i fossi zeppi di marciume, non solo è inquinamento, ma fa da tappo allo scorrimento delle acque piovane con conseguenze che tutti noi conosciamo.
Ora quel bracciante agricolo è verso gli ottanta anni, li porta ancora bene, lo vediamo camminare lungo quei fossi, lungo quei piccoli boschi rimasti, lungo i corsi d’acqua ; scuote la testa e parla da solo, non perché sia diventato un rimbambito ma perchè sta dicendo "Per secoli abbiamo vissuto e lavorando queste terre, fatto pulizia ai fossi e boschi con le mani e con il sudore, adesso dopo pochi decenni abbiamo tecnologie avanzate, ruspe meccaniche, scavatori, macchine agricole con controllo numerico computerizzato, macchine operatrici che da sole possono sostituire trecento braccianti agricoli. Quanti sacrifici abbiamo fatto per fare studiare i nostri figli, e loro hanno inventato mostri meccanici capaci di distruggere e modificare il nostro pianeta, distruggere le nostre campagne, i nostri fossi e boschi. Ora, studiosi e tecnici dalla capoccia grande come una zucca (O.G.M.naturalmente) sfruttano la natura, badano soltanto al profitto per interessi propri, il loro scopo non è quello di salvaguardare il benessere dell’ambiente ma, distruggere l’ambiente per creare ricchezze per pochi. Ora quei terreni, quei fossi quei boschi rimasti, quelle acque che stentano a correre nel loro letto carice di veleni, insetticidi, diserbanti, un giorno non lontano si ribelleranno e ce la faranno pagare a tutti, compresi gli artefici di tutto ci".
Ora quell’ anziano di quasi ottanta anni sta rientrando a casa dal suo giretto quotidiano , guardando verso il cielo con la mano destra chiusa a pugno batte sul petto, parla sottovoce si da la colpa di tutto ciò.
Resta a tutti noi giudicare il perché quell’anziano si dia la colpa.
Nessuno è padrone di questa terra, siamo tutti ospiti e per questo dobbiamo rispettarla e consegnarla a chi verrà dopo di noi intatta. Siamo qui soltanto di passaggio.
Anche questo è un piccolo e umile racconto vissuto e dimenticato ma non da me!! .
Vito Motti
mercoledì 6 ottobre 2010
Lali e i tre uccellini
Se questo blog ha un senso credo che sia racchiuso nei racconti di Vito. La condivisione dei ricordi, la comunità, la tradizione come fattore aggregante di un gruppo eterogeneo di persone. Come singoli siamo i nostri ricordi, come comunità siamo i ricordi di tutti. Cancella la memoria a un individuo e cosa rimante di lui?
Spero che Vito continui nei suoi racconti e che altri lo imitino: il blog è sempre a disposizione.
Consiglio questa storia ai bambini con non più di 10 anni
Cari bambini e bambine; vi racconto questa storia vera di tanti e poi tanti anni fa.
Lali é il sopranome di un mio compagno di scuola elementare. Voglio precisare che tutti noi a quei tempi avevamo un soprannome, il nome originale veniva usato solo nelle occasioni particolari: in classe con la maestra, al catechismo, ecc. Fuori da questi luoghi usavamo esclusivamente il sopranome. Voi vi chiederete il motivo dei sopranomi? Di preciso non ve lo so dire. La stessa domanda io l'ho fatta a mio nonno Lalo e lui mi disse “caro Vito, con il passare degli anni i nomi si consumano e avere il sopranome nella vita è sempre utile”. Parole sagge.
Lali parlava quasi sottovoce con una tranquillità pacata, silenzioso e sereno. Era un personaggio simpaticissimo, non disturbava mai nessuno, la sua passione erano gli uccellini, aveva l’arte di costruire gabbiette per uccellini piccoli e orfani senza mamma, oppure caduti dal proprio nido durante una violenta tempesta.
Questa è la storia di una famiglia di uccelli cinciallegra,(“sparinsoe” in dialetto veneto). Lei, la mamma, era una mamma sciagurata: abbandonò il proprio nido e se ne andò con un altro uccello, lasciando in abbandono i propri uccellini. Era sciagurata e bellissima come una top model.
La cinciallegra è elegante, ha un piumaggio tutto colorato; la parte superiore è verde e celeste con sfumature in rosso, le piume della coda sono di colore bianco nero e gialle, quando saltella sui ramoscelli degli alberi si gira con la testa in giù per catturare formiche e piccoli insetti. Costruisce il proprio nido nelle cavità dei vecchi alberi come il salice. Il salice infatti è una pianta che ospita molti insetti. La cinciallegra è sempre in movimento, mai ferma e si muove tutta a saltelli, canta sempre perché ha una bella voce, ma è un po' stonata.
Un bel giorno di primavera, si avvicinò alla cinciallegra con fascino e galanteria il ballerino cardellino tutto saltellante , tutto gaio e promettente. Il cardellino portava con sé un vermicello come dono del loro primo incontro. Lei, girando su se stessa per tre volte, si fermò accanto a lui, e con un’occhiata birichina, muovendosi sinuosa carica di grazia e dolcezza, accettò il dono. Credetemi, è stato un colpo di fulmine a ciel sereno per la velina cinciallegra.
Il cardellino è piumato con mille colori, sopra il becco ha tre anelli colorati rosso, giallo e celeste, due occhi guardinghi che sembrano due perle nere sempre in movimento.
Subito i due si innamorarono. Diciamo la verità, stavano bene assieme, erano una coppia che faceva invidia anche a principi e principesse uccelli. Di comune accordo, cinciallegra e cardellino si misero a cercare l'albero dove costruire il proprio nido, a fine lavori giurarono amore e fedeltà reciproca. Dalla loro unione nacquero tre uccellini: Piopio, Cincin e Zipzip. Dopo lo svezzamento dei piccini, quando furono pronti per volare fra mamma cinciallegra e papà cardellino qualche cosa non funzionò. Lei era davvero esigente, voglio questo, voglio quello, non fare questo, non fare quello: era diventata insopportabile. Lui, il ballerino cardellino non la sopportava più, un giorno battè le ali, prese il volo e se ne andò. Lei, mamma cinciallegra furbetta, conosceva un fringuello che da molto tempo le faceva la corte (il fringuello è un altro uccellino della categoria “becco gentile”, il colore del piumaggio è quello dell'arcobaleno). Sciagurata mamma, piantò tutto e se ne andò con il fringuello abbandonando i piccini Piopio, Cincin e Zipzip.
Lali, conosceva benissimo tutte le famiglie degli uccelli, le loro abitudini sia nel bene che nel male. Si accorse subito di quel nido abbandonato con tre uccellini affamati. Allora cosa fece? Salì sull'albero, prese nido e uccellini e se li mise nella tasca più grande della giacca , scese dall'albero e se ne andò a scuola.
E’ un mattino del mese di giugno, la maestra fa l'appello, al nome di Lali non risponde nessuno.
Come sempre Lali arrivò a scuola in ritardo, bussò la porta, entrò in aula, salutò la maestra, posizionò la cartella sopra il suo banco tutto silenzioso senza parlare, tornò indietro e se ne andò diritto diritto in castigo nello stanzino prima del cesso ( perdonatemi bambini, non lo posso proprio chiamare bagno perchè mancava l'acqua, mancava la carta igienica, mancava il sapone: c'era soltanto odore e quattro buchi sul pavimento; noi maschietti, avevamo gioco facile a fare centro, le bambine erano un po’ più in difficoltà).
La maestra non aprì bocca, Lali sapeva cosa doveva fare. Dopo qualche momento, la maestra lo chiamò e disse “Lali, vai al tuo posto a ultimare le lezioni” e lui “si! signorina maestra” e con la testa abbassata andò a sedersi sul suo banco a completare i compiti.Lali però preferiva restare nello stanzino: come avrete capito, non amava molto la scuola, amava soltanto la natura e sopratutto restare assieme agli uccellini orfani che teneva nella tasca della giacca.
Una volta seduto sul suo banco, estrasse dalla sua cartella di cartone il quaderno dei compiti. Fingeva di fare i compiti e invece dava da mangiare a Piopio, Cincin e Zipzip. I tre uccellini pigolavano a squarciagola: volevano mangiare di più! La maestra aveva l'udito fino, senti il cinguettio degli uccellini e disse “c'è un uccellino in aula! Bambini, liberate l'uccellino!” Lali liberò Piopio, l'uccellino volò diritto sul vetro della finestra, più volte cercò di uscire. Guido, detto “macchina”, era il più alto della classe; afferra con una mano l'uccellino, se lo avvicina a sé e lo porta all'altra finestra , ed esclamo “macaco! È questa la finestra aperta” e lo liberò.
La maestra seguì tutta la scena “Guido! Non si parla così a un uccellino piccolo e indifeso!” Guido rispose pronto “mi scusi signorina maestra ma quell'uccellino è tre volte macaco, perchè per tre volte ha cercato di uscire dalla finestra chiusa”. “Va bene, va bene ,vai pure al tuo posto”
“Si signorina maestra” e con un balzo saltò un banco vuoto e si mise seduto alzando le braccia a mani chiuse come in segno di vittoria. ( Ai bambini di oggi credo sia opportuno spiegare un dettaglio. I banchi della scuola avevano posto a sedere per due bambini; per scrivere non esisteva la penna a sfera o penna biro, si usava il pennino a inchiostro. Al centro del banco stava posizionato un calamaio a due vaschette, una vaschetta conteneva inchiostro nero o blu, l'altra vaschetta conteneva inchiostro rosso).
Lali allora cosa fece, prese l'altro uccellino Cincin, prelevò una piuma senza che lui se ne accorgesse , infilò la piuma sul pennino della penna da scrivere e la intinse nell'inchiostro blu e rosso, così dipinse l'uccellino, cambiando i colori originali di Cincin, e gli disse “con questi colori assomigli più al papà che alla tua sciagurata mamma. L'uccellino prese a cinguettare. La maestra sentì ancora un altro uccellino e disse “liberate quell'uccellino!”. Lali aprì la mano e liberò il secondo uccellino ancora fresco di inchiostro blu e rosso. Sentendosi libero, si alzò con volo incerto, carico di inchiostro, ma non va fuori dalla finestra, va diritto sul volto della maestra imbrattandolo di colore, poi riprende il volo, devia e se ne va fuori dalla finestra aperta.
La maestra rimase ferma un po’ scioccata, senza parole, ancora non si era accorta di avere una pittura di un uccellino sulla guancia. Noi tutti, con la testa abbassata e le mani sulla bocca per non scoppiare a ridere, nel vedere la maestra con quello stemma sul volto non riuscivamo più a resistere. A un certo punto la maestra si accorge di avere una mano sporca di inchiostro, subito estrae lo specchietto dalla tasca e si guarda. Cambiò immediatamente espressione, non sapeva cosa fare, piangere o ridere,nascondersi o fuggire. Per fortuna si è messa ridere. Meno male, è stato un sollievo per noi, abbiamo incominciato a respirare. La maestra chiama Lali “vai in castigo dietro la lavagna” e Lali “ si signorina maestra”.
Con fermezza disse a tutti noi: adesso il primo che si muove va a casa con uno “0” in condotta, avete capito? Noi tutti in coro: si signorina maestra!!.Lei si assentò per pulirsi dal bombardamento di inchiostro. Lali, in castigo dietro la lavagna, continua sempre lavorare con la sua fantasia devastante, sa benissimo di avere il nido in tasca con un altro uccellino.
L'uccellino Zipzip essendo rimasto solo, incominciò cinguettare anche lui . Lali non sapeva più cosa fare perchè Zipzip stesse zitto prima dell’arrivo della maestra, l'uccellino senza i fratellini aveva freddo, bisognava coprirlo con qualcosa, e trovandosi in castigo dietro la lavagna non aveva niente a portata di mano per poterlo coprire. C'era solo l'impermeabile della maestra , allora Lali che cosa fece? Con una mano cercò nella tasca dell'impermeabile e trovò un fazzoletto, prese l'uccellino Zipzip e lo avvolse nel fazzoletto, l'uccellino, per fortuna smise di cinguettare, e Lali tirò un sospiro. Subito dalla porta entrò la maestra, tutti noi per rispetto ci alzammo in piedi, la maestra disse ”seduti!”. Noi con gli occhi sbarrati puntammo lo sguardo sul viso, era ancora un po’ rossa, però si pulì bene. La maestra chiamò Lali e disse, “vai al tuo posto!” Lali in fretta e furia mise nella tasca dell'impermeabile il fazzoletto con l'uccellino zip zip avvolto e se ne andò al suo banco.
La maestra incominciò a dettare( erano i compiti per casa), e noi tutti intenti a scrivere ed ascoltare. A un certo punto la maestra starnutisce e poi ancora una volta, subito va dietro la lavagna cercando la tasca dell'impermeabile per prendersi il fazzoletto e li per li non succede niente. L'uccellino, essendo piccolo non si notava, lentamente aprì il fazzoletto portandoselo al naso , fece un respiro per soffiare, mentre aprì la mano, proprio sotto il naso, frullò via l'uccellino Zipzip imboccando giusto la finestra aperta . La maestra, fece un grido di paura e due passi indietro, si appoggiò sulla cattedra, con le mani si sostenne la testa e resto ferma per qualche minuto. Sembrava stesse per svenire. Regnò per alcuni istanti un silenzio tomba.
Lali , piano piano, mise il quaderno nella cartella e con molta delicatezza, in punta di piedi, lentamente, camminò verso l'uscita, aprì piano la porta e in silenzio se ne andò. Sono certo che da quel momento non entrò più in una aula di scuola.
Questo racconto lo voglio dedicare a Lali che se ne andò lontano, lontano e non tornerà mai più. Caro Lali, come vedi c'è sempre qualcuno che ti ricorda, quello che tu facevi, lo facevi con passione. Forse, noi tutti, compresa la maestra non ti abbiamo capito. Sono certo che qualcuno ti ha capito e accolto con devozione e passione per quello che tu eri: amico degli uccelli. Ciao Lali.
Vito Motti.
venerdì 3 settembre 2010
Emigrazione
Piccola crudele storia di LEGNARO, anni 1946-50
Eravamo appena usciti da una guerra devastante che portò sull’orlo di un'altra guerra, civile però. Non solo il paese di LEGNARO ma tutta L’ITALIA.
Nel mio racconto mi limito di scrivere fatti e realtà viste, sentite e qualche volta purtroppo vissute.
Nei ruderi di case e nei casoni di paglia in quel periodo vivevano più nuclei familiari sotto lo stesso tetto; immaginate il disagio di queste persone. A casa mia, ma anche in molte altre case, in un piccolo locale con funzione di camera, dormivano dai quattro ai sei, a volte otto bambini tra fratelli, cugini e parenti.
Il letto era composto da due o da tre cavalletti, dipendeva dalla grandezza. Sopra i cavalletti si posizionavano pezzi di tavole di recupero per formare un piano. Sopra il piano veniva posizionato "el pajon". Non lo chiamo materasso, sarebbe un nome troppo nobile. "El pajon" era fatto da quattro o sei sacchi aperti e cuciti tra loro in modo da formare un grande sacco, riempito successivamente di scartossi. Gli scartossi sono l’involto della pannocchia del granoturco. Sopra ancora si posizionavano le lenzuola e le coperte. Poi, chi di testa e chi di piedi, si dormiva tutti assieme. Voglio precisare che durante il periodo invernale la temperatura interna era uguale a quella esterna, pertanto il riscaldamento era per così dire allo stato naturale, cioè costituito unicamente dal calore umano.
La cucina era un grande ambiente: quasi sempre nella parete a nord era ubicato il camino fumaiolo. Nel camino stavano appese due catene e molte volte anche tre per agganciare ad ognuna una pentola. Il numero di catene dipendeva da quanti nuclei familiari stavano in quella casa. Ogni nucleo aveva il suo tavolo dove si riuniva per consumare il pranzo o la cena, solo quando c’era da mangiare. Purtroppo in queste famiglie il disagio era catastrofico, non c’era armonia che consentisse di vivere bene. Sì, è vero, la guerra era finita, ma incominciò la guerra nelle famiglie sovrappopolate: purtroppo lo spazio era quello che era.
Il lavoro era poco. Allora qualche cosa si doveva inventare. In paese cominciò ad aprire qualche bottega di artigianato, troppo poco per le esigenze della popolazione e oramai la malavita iniziò a dilagare con conseguenze inarrestabili. Le industrie nelle zone di Padova arrivarono troppo in ritardo. L’economia del paese era basata sulla manovalanza dei braccianti agricoli, con redditi da fame. Unica via di uscita era quella dell’emigrazione. In quei tempi ci fu un passaparola da famiglia in famiglia, così sull'esempio di alcuni, molti partirono. Si trattò di emigrazione interna ed esterna. L’emigrazione interna era cioè di coloro che partirono per andare a lavorare nelle zone industriali di Milano, Torino, Bergamo, Brescia ecc. ecc. Quando un nucleo familiare decideva di partire, di preciso dove andasse non si sapeva. Le abitazioni di fortuna di quelle famiglie furono i cascinotti. Il cascinotto era un piccolo annesso rustico, spesse volte abusivo, ubicato nel mezzo delle campagne nelle periferie delle zone industriali di grandi città del nord, usato come ricovero attrezzi.
Ricordo benissimo. Le partenze erano sempre tristi, ci si abbracciava piangendo, i rancori era come non ci fossero mai stati, si dava a chi partiva tutto quello di cui potessero campare per qualche giorno. Caricavano su un piccolo camioncino con dei teli a brandelli le piccole cose di famiglia: due sedie in paglia sfilacciata, due sgabelli con tre piedi, una gabbietta con quattro galline e un coniglio, due cavalletti in legno per farsi un letto, qualche mobile per la cucina in parte marcio. I bambini venivano sistemati nella cabina con l’autista, i genitori viaggiavano nel cassone assieme alle galline avvolti con coperte e sacchi per affrontare un lungo viaggio. Non so perché partissero sempre all’imbrunire, ma lo posso immaginare.
Penso che si vergognassero di viaggiare di giorno in quelle condizioni; non volevano far vedere le vergogne che portavano con sé, e soprattutto le lacrime che scendevano sui loro volti.
L’emigrazione esterna era la più semplice e la meno dolorosa. Quasi sempre erano giovani tornati dalla guerra, o partigiani , che decidevano di partire per la Svizzera, la Francia, il Belgio, l' Argentina o l'Australia. Si procuravano una valigia di cartone, qualche soldo, salutavano i parenti più stretti, papà, mamma, fratelli e cugini e partivano cantando, sì, per non dare spazio all’emozione del pianto.
L'ufficio anagrafe del comune di Legnaro non riusciva più a gestire la situazione generata dall'emigrazione selvaggia. Intere famiglie o persone singole partirono senza comunicarlo agli uffici competenti per l’emigrazione. Alcuni di loro non sono più tornati, e negli elenchi comunali per anni risultavano presenti. Voglio precisare un particolare di notevole importanza : Alcuni
personaggi di rilievo, aderenti al sistema politico che dominò per oltre vent’anni, il regime fascista, sparirono, non si seppe mai dove fossero, non hanno mai dato notizie. Questo fatto non l’ho capito!
La data del primo censimento del dopoguerra non la ricordo, so per certo che passarono parecchi anni, e finalmente arrivarono i dati e per il comune di Legnaro le sorprese non mancarono.
Con questo mio racconto non ho fatto nessun riferimento a numeri e nomi di persone, soprattutto per rispettare la privacy.
VITO MOTTI.
martedì 9 febbraio 2010
Il moscheto
Ricevo e pubblico. Buon fine settimana!
Il moscheto non é un fucile! Per me é una vergognosa piccola storia che dopo oltre mezzo secolo ricordo ancora. Avevo circa otto-nove anni,assieme a me stavano mio fratello gemello e il nostro amico Cana. Era di sabato, vigilia di Pasqua, giorno da non dimenticare, perché? Non si andava a scuola! Nel casone di paglia dietro di noi abitavano due vecchietti. lei si chiamava Meme, lui Piero . L' indomani era Pasqua e questi due vecchietti sarebbero andati a Messa delle nove. Dopo messa, a piedi, sarebbero tornati a casa, verso le dodici. Avevano preparato da mangiare il giorno prima, in modo tale che al rientro dalla S. Messa, avevano il pasto già pronto. A quei tempi non c'era la luce elettrica e tantomeno il frigorifero e per tenere in fresca il cibo lo si metteva nel "MOSCHETO ". ( Si chiama moscheto perché proteggeva il cibo dalle mosche). Era a forma di un cubo con uno sportellino, tutto coperto di retina sottile per fare evaporare i cibi caldi, e nello stesso tempo , tenere protetto dagli insetti. Lo sportellino e veniva chiuso con un gancio fatto a saltarello e all'interno aveva un calto per appoggiare il cibo. Il tutto veniva appeso su un balconcino alla tramontana, al fresco del casone di paglia. Noi conoscevamo tutte queste abitudini e comunque si sentiva dagli odori cosa mangiavano quel giorno! Era di sabato, avevano cucinato bollito di pollo: per rispetto delle leggi del clero la vigilia di S. Pasqua era giorno di digiuno . Dopo mezzodi' (preciso un particolare: non si usava dire dopo pranzo, perché non tutti i giorni si mangiava), i due anziani, tutti i giorni andavano a letto a riposare. Mentre questi due simpatici vecchietti dormivano, il cane Leo faceva la guardia a tutto il casone: oh, quante volte abbiamo giocato con il cane Leo! Noi tre assieme a Leo andammo alla tramontana del casone, il balcone era alto, ma per noi non c'erano problemi. Io a gatto, con le mani e ginocchia a terra , gli altri due sopra la mia schiena. Leo dalla gioia mi leccava il naso e anche le orecchie; quei due che avevo sopra di me uno teneva saldo il moscheto, l'altro, prendeva il pollo già cotto ancora caldo.
Noi tre piu' il cane ce ne andammo nel fosso, dietro a un cespuglio per dividerci il pollo. I due simpatici vecchietti avevano peccato quel giorno; perchè al pollo, mancava una coscia e un'ala. Non avevano rispettato il digiuno della vigilia della S. Pasqua! Comunque noi non lasciammo nessuna traccia, tutto llo mangiammo, anche le ossa! Ora mi dispiace, e tengo dentro di me un rimorso. Forse quei due vecchietti il giorno della S. Pasqua non mangiarono, forse avevano solo quel pollo, e noi, siamo stati cattivi con loro. Meritiamo di essere puniti. Oramai i due vecchietti non ci sono piu'. Da molti anni sono andati in paradiso, e non si ricorderanno piu' del 3/4 di pollo che noi gli mangiammo. Sono passati oltre sessantanni, ma io ricordo ancora Meme e Piero.
Quello che segue non è un'altra storia, è sempre la stessa: di chi ha sofferto e di chi sta soffrendo. Come sapete tutti, la terra ha tremato nell'isola di Haiti. La distruzione delle città porta la disperazione dei sopravvissuti. Noi siamo lontani da quella povera gente che soffre, e che ha bisogno di tutto, da tutti. Io mi sento vicino a loro: penso che tutti ci sentiamo vicini a loro e uniti nel loro dolore. Faccio una premessa: dobbiamo avere fiducia delle istituzioni umanitarie, anche loro hanno bisogno di noi. Quei due simpatici vecchietti, Meme e Piero mi hanno suggerito di donare ai terremotati di Haiti, il loro pollo, che io mi sono mangiato finchè loro dormivano. Mi hanno ispirato di calcolare il prezzo di un pollo già cotto, fare un arrotondamento che non sia inferiore di €10.00 e mandarli come un contributo ai terremotati dell'Isola Haiti. Cosa che io ho fatto immediatamente . Ciao Meme! ciao Piero!!.
Vito Motti.
martedì 19 gennaio 2010
- EL STRASSARO -
EL STRASSARO era un commerciante ambulante, che passava una volta al mese: viaggiava su una specie di triciclo artigianale, con un pianale sulla parte anteriore. Aveva tre ruote maggiorate per sopportare carichi pesanti. Il signore che lo guidava, era una persona con una costituzione fisica assai robusta, non era tanto alto: era piu' largo del triciclo. Aveva una testa grossa, coperta di barba e capelli a cespuglio, portava le "soccoe con le broche" , sia dalla parte sotto che tutto in torno . Aveva un "tabaro" fatto con mezzo tendone da circo, serviva per mille usi; da coperta, per la pioggia, vento, freddo e sole. Diceva che veniva da lontano, non ricordo da dove venisse, mi sembra da Cartura. Ricordo un particolare , tutti noi bambini avevamo paura , lo chiamavamo l'uomo nero. I cani abbaiavano da lontano, anche loro avevano paura. Un cane di nostra conoscenza, si chiamava Fiume, non aveva paura neanche di un leone, si avvicino' per mordere questa specie umana. EL STRASSARO alzò una gamba, con la "soccoea"ferrata, e diede un calcio a Fiume, lo prese giusto sul naso e il cane se ne andò "scainando": caiii....caiii...caiii . Quella specie di orso nero si mise a ridere a squarcia gola, aprendo la grande bocca e mostrando denti come quelli di un ippopotamo pronunciando testuali parole: " quel cane non oserà più avvicinarsi a mé". I denti, erano di colore ruggine, forse quell'orso si nutriva di ferro vecchio, faceva paura ai cani, ma anche galline e anatre che stavano nei dintorni. EL STRASSARO , portava sempre con sé una tromba appesa al collo con una catena tutta ruggine. Quella tromba era il suo telefono cellulare ; soffiava forte su questa specie di strumento e faceva uscire dall'estremità dell'imbuto , liquido che sembrava un anaffiatoio, seguito dalla sua voce da baritono, gridava: EL STRASSAROOOO !! (strasse ,ossi, pee de coneio, seme de succa, peo de porseo, ferro vecioooo...Non serviva tanto chiasso; veniva annunciato prima che arrivasse dall'odore di tutto quel materiale che lui comperava, e non solo, soprattutto dalla puzza che teneva sul suo corpo: faceva scappare anche i topi. Le nostre mamme, qualcuna con il fazzoleto alla bocca, consegnavano quelli che erano considerati scarti di casa . EL STRASSARO pesava accuratamente con una bilancia a"tiraca", e metteva via dentro a sacchi differenziati. Dava dei soldi alle mostre mamme e gentilmente, con un sorriso accompagnato a una battuta, salutava dicendo "ci vediamo il prossimo mese".
Chi legge questo scritto: pensa che sia per bambini ! No, cari signori . Questo scritto é proprio per noi grandi.
Tutti quei sotto prodotti che le nostre mamme davano al signor onorevole nobile uomo , EL STRASSARO erano materiale da trasformare. Con gli stracci si faceva la carta . Con i semi di zucca , si faceva olio. Con le ossa, si faceva il sapone . Con il pelo di maiale, si facevano i pennelli per dipingere . Con la pelle di coniglio, si facevano le pellicce di lapen per le nostre mogli.
Ora tutto è immondizia, inquiniamo e basta, secondo me la pagheremo tutta, tutti.
E anche questa é una piccola, umile storia, dimenticata.
Vito Motti .
venerdì 1 gennaio 2010
Ricordo amaro
Il Blog è trascurato! Ma non è morto. Sonnecchia, ogni tanto riapre gli occhi e racconta qualcosa. La verità è che criticare l'amministrazione Legnarese oltre che essere come sparare sulla Croce Rossa è anche noioso e sicuramente non in cima ai miei pensieri. Continuerò a seguire da vicino la politica locale certamente, ma un racconto di Vito come quello che segue vale come 100 dei miei post.
E voi avete niente da raccontare?
Buon anno a tutti.
Ricordo, amaro.
Settembre 1944 : eravamo nella nostra aula di scuola elementare sempre "CAPITELOVOLPARO" suonava la campanella; (a mano perchè la luce elettricha non esisteva), segno di allarme. In fretta e furia andavamo tutti fuori dalla scuola rifugiandosi lungo i fossi della campagna Camerini. Era in corso una battaglia aerea sui cieli fra LEGNARO e Isola dell'ABBA' . Eravamo circa cinquanta bambini tutti stesi lungo il fondo dei fossi ,si sentivano le mitragliatrici di due aerei che si sparavano a vicenda, i proiettili fischiare sopra le nostre teste . Io, come tutti altri avevo tanta paura e nello stesso tempo avevo curiosità di vedere la battaglia degli aerei. Ricordo benissimo , il cielo era limpido e gli aerei, quando volteggiavano in alta quota, venivano illuminati dal sole riflettendo la luce su di noi, sembravano giocattoli mossi da bambini, creando un spettacolo unico. Ad un certo punto uno dei due aerei si dirige verso di noi, emanava fumo dalla fusuliera, era stato colpito ,avvitandosi verso il cielo cambiando il rumore del motore, all'improvviso si girò a picco verso terra girando su se stesso con una scia di fumo, precipitò a terra causando un'esplosione. Sembrava vicino a noi, invece ,cadde sulle terre di Isola dell'ABBA' (circa 800/1000 metri da noi) dopo seguì il silenzio. Da quel tragico momento non siamo più andati nelle aule della scuola. Io, assieme mio fratello Corrado, anzi mio gemello e altri due compagni di scuola, Cana Ponterotto e Sorse Bacchin (questi i loro soprannomi), andammo sul posto dove cadde l'aereo ; camminando lungo i fossi ci siamo avvicinati lentamente trovando in qua e in là pezzi di aereo lanciati dall'esplosione . Camminando con molta cautela a circa 50 metri dalla buca dell'impatto trovammo
una decina di persone curiose come noi guardare sull'erba con un certo sdegno; era il pilota del caccia . Era inglese. Era morto. Aveva i guanti strappati sulle mani , teneva ancora una specie di casco in cuoio nero aderente sulla testa. I vestiti erano strappati in parte bruciati, il viso era pallido e affumicato Una scena triste, commovente e orrenda nello stesso tempo. Nessuno poteva fare più niente. Subito dopo di noi arrivarono due donne in bicicletta, si avvicinano a quel soldato inglese morto . Una di loro, ben conosciuta nel paese di LEGNARO , (non faccio il nome ), fa un brutto sporco gesto "sputa sulla salma del pilota pronunciando le spudorate parole "to sporco inglese".
Noi, e tutti coloro che stavano nelle vicinanze di quelle due b....... con l'amaro in gola se ne andarono .
Caro Davide; anche questa come tante altre é una storia dimenticata .Ma non da mé.
Vito Motti
E voi avete niente da raccontare?
Buon anno a tutti.
Ricordo, amaro.
Settembre 1944 : eravamo nella nostra aula di scuola elementare sempre "CAPITELOVOLPARO" suonava la campanella; (a mano perchè la luce elettricha non esisteva), segno di allarme. In fretta e furia andavamo tutti fuori dalla scuola rifugiandosi lungo i fossi della campagna Camerini. Era in corso una battaglia aerea sui cieli fra LEGNARO e Isola dell'ABBA' . Eravamo circa cinquanta bambini tutti stesi lungo il fondo dei fossi ,si sentivano le mitragliatrici di due aerei che si sparavano a vicenda, i proiettili fischiare sopra le nostre teste . Io, come tutti altri avevo tanta paura e nello stesso tempo avevo curiosità di vedere la battaglia degli aerei. Ricordo benissimo , il cielo era limpido e gli aerei, quando volteggiavano in alta quota, venivano illuminati dal sole riflettendo la luce su di noi, sembravano giocattoli mossi da bambini, creando un spettacolo unico. Ad un certo punto uno dei due aerei si dirige verso di noi, emanava fumo dalla fusuliera, era stato colpito ,avvitandosi verso il cielo cambiando il rumore del motore, all'improvviso si girò a picco verso terra girando su se stesso con una scia di fumo, precipitò a terra causando un'esplosione. Sembrava vicino a noi, invece ,cadde sulle terre di Isola dell'ABBA' (circa 800/1000 metri da noi) dopo seguì il silenzio. Da quel tragico momento non siamo più andati nelle aule della scuola. Io, assieme mio fratello Corrado, anzi mio gemello e altri due compagni di scuola, Cana Ponterotto e Sorse Bacchin (questi i loro soprannomi), andammo sul posto dove cadde l'aereo ; camminando lungo i fossi ci siamo avvicinati lentamente trovando in qua e in là pezzi di aereo lanciati dall'esplosione . Camminando con molta cautela a circa 50 metri dalla buca dell'impatto trovammo
una decina di persone curiose come noi guardare sull'erba con un certo sdegno; era il pilota del caccia . Era inglese. Era morto. Aveva i guanti strappati sulle mani , teneva ancora una specie di casco in cuoio nero aderente sulla testa. I vestiti erano strappati in parte bruciati, il viso era pallido e affumicato Una scena triste, commovente e orrenda nello stesso tempo. Nessuno poteva fare più niente. Subito dopo di noi arrivarono due donne in bicicletta, si avvicinano a quel soldato inglese morto . Una di loro, ben conosciuta nel paese di LEGNARO , (non faccio il nome ), fa un brutto sporco gesto "sputa sulla salma del pilota pronunciando le spudorate parole "to sporco inglese".
Noi, e tutti coloro che stavano nelle vicinanze di quelle due b....... con l'amaro in gola se ne andarono .
Caro Davide; anche questa come tante altre é una storia dimenticata .Ma non da mé.
Vito Motti
giovedì 3 dicembre 2009
" ARRIVO' CON LA POLVERE, SE NE ANDO' CON IL VENTO"
Ricevo e con immensa gioia pubblico questa storia. Parla di Legnaro, di quello che eravamo. Spero che sia un piacere per voi come lo è per me leggere queste righe, mi auguro che altri prendano spunto per scrivere le loro storie "dimenticate". Non occorre che raccontino di tanti anni fa, è interessante che parlino di Legnaro o per lo meno di legnaresi. Buona lettura.
-- LEGNARO--
- SCUOLE ELEMENTARE "Capiteo" di VOLPARO
Una piccola, povera, storia dimenticata.
Correva l'anno 1944; nel pieno della guerra, io andavo a scuola, frequentavo la terza elementare nella scuola "capiteo" di Volparo. La maestra si chiamava Faggioli. Era una donna molto elegante, alta. La sua eta era di circa 42, 45 anni, (per noi, piccoli, aveva una certa età). Non era molto bella, era abile e intelligente, era lei la prima maestra, con funzioni di preside. Aveva una simpatia unica. Quando parlava sorrideva. Noi siamo stati cattivi lo stesso con lei: la chiamavamo signora maestra "fasui". Come vedi il dialetto veneto era la nostra prima lingua.
Verso la fine dell'ottobre del '44 (le date non me le ricordo con precisione: fa testo stagione, temperatura del periodo, modo di vestire). Ho detto modo, no moda! Ad esempio, se era caldo, si camminava scalzi, senza scarpe. Se era freddo, si usavano le "sgalmare". Le sgalmare erano una specie di scarpe con il legno sotto. Per non consumare il legno si mettevano delle brocche di ferro. Durante il periodo freddo, all'interno delle "sgalmare" si metteva la paglia per isolarle dal'umidità che assorbiva il legno. Guarda il caso, in quell'esatto periodo avevo le sgalmarette nuove, cosa che non si dimentica di certo. Era una mattina come tante altre , soffiava un po' di vento. Sono le ore undici, ci troviamo tutti fuori dalle aule, nel cortile della scuola per i quindici minuti di ricreazione. Noi bambini si sfruttava anche i secondi pur di giocare. Le maestre si mettevano da parte, raggruppate, intente alle loro conversazione. Il cortile della scuola, per tutta la sua lunghezza, confina con la strada principale via Alberto 1° (ora via 2 giugno). La strada non era asfaltata, era di ghiaia e terra. Da lontano si vide una nube di polvere spinta dal vento a velocità sostenuta: erano due soldati tedeschi su una motocicletta. Fermandosi, in acrobazie, fanno un testacoda davanti al cancello della scuola alzando un grande polverone. Velocemente scendono dalla moto e si posizionano agli angoli del cortile esterno della scuola con il fucile spianato. Le maestre preoccupate della situazione che stava per svolgersi ci dissero di non muoverci. Due minuti dopo arriva un'altra moto con la carrozzina di fianco. Noi sempre fermi impietriti pieni di paura. Nella moto stavano altri due soldati tedeschi. Uno di loro, di fretta e furia scende dalla moto e va ad aprire lo sportello della carrozzina, subito mettendosi in posizione eretta, con la mano tesa in segno di saluto. Dalla carrozzina scende un personaggio vestito elegante, un po' panciuto, di bassa statura. Aveva un impermeabile chiaro a doppio petto piuttosto lungo, stivali neri lucidi. Con un passo deciso si avvicina al cancello della scuola aspettando che quacuno apra. Compito questo del bidello Carmine. Carmine era una persona molto emotiva, parlava sempre da solo, agitando, testa, braccia e mani. Quando parlava con una maestra o persone di cultura, balbettava e non si riusiva mai a capire cosa dicesse. Era orgoglioso di essere il bidello, di fare quel mestiere e lo faceva anche bene. Portava sempre con sè due chilogrammi di chiavi allacciati alla cintura. Camminando a saltelli si appresta ad aprire il cancello, ma non trova la chiave giusta. Si notava benissimo, tremava come una foglia. Una volta trovata la chiave, le mani andavano di qua e di là, e il cancello restava sempre chiuso. Finalmente il cancello si apre, grazie ad una spinta del soldato. Prima entra il soldato e si mette in posizione eretta, braccio destro dritto e mano tesa, poi entra quel "signore", si ferma a tre passi dentro dal cancello. Lentamente si leva il cappello, si guarda intorno, direi sospettoso di qualche rappresaglia. Aveva una faccia di bronzo, pochi capelli in testa, fermo come una statua. Anzi eravamo tutti fermi come gessi. In quel momento si muovevano solo gli occhi. Si notava sulle braccia dei soldati lo stemma SS incrociato; sul serbatoio delle moto stava scritto B S A. I soldati camminavano intorno alla scuola con il fucile in posizione di sparo, come dovessero sorvegliare un personaggio di notevole importanza . Dal gruppo delle maestre si stacca la signora maestra Fasui (sembrava una scena da film:). Certamente conosceva quella persone: camminava lentamente verso il "signore", era molto pallida. Si ferma a circa un metro da quell 'uomo; si guardano negli occhi senza batter ciglio. Ad un certo punto quel personaggio inizia a parlare. Parole ben scandite e sussurate, che noi non udivamo. Noi impietriti, con il fiato quasi sospeso per non disturbare una situazione estremamente difficile. Da quella faccia di bronzo scendevano lagrime che bagnavano le rotonde guance, scendevano lungo la doppia gola e infine gocciolavano sull'impermeabile. Lei piangeva gridando, tirandosi i capelli. Ad un certo punto, tutti due, a braccia aperte si avvicinano, piangendo si abbracciano, lei crolla a terra, lui la sostiene. Le maestre, rendendosi conto della situazione imbarazzante, ci danno ordini di rientrare nelle aule e di fare silenzio. Noi bambini scioccati dal fatto, zitti zitti senza favellare, ordinati, ci mettemmo in doppia fila ed entrammo nelle nostre aule. Da dentro nelle aule, appiccicati alle finestre, si continuava a guardare la scena. Lui, questo "signore ", rimette in piedi la maestra, fa un passo indietro, si inchina, come per salutare, si gira facendo quatto passi veloci, sale sulla carrozzina. Il soldato, dopo averlo salutato con la mano tesa, si appresta a chiudere lo sportello della carrozzina, poi, con uno scatto salta sul sedile posteriore della moto che era già pronta a partire. Se ne andarono lasciando un polverone che il vento se lo portò con sè. La maestra Fasui, col capo abbassato, presa dal dolore, con un gesto di mano chiama il bidello. Carmine aveva gli occhi sbarrati, capelli dritti, camminando tutto storto. Sembrava fosse un granchio impaurito. Doveva fare un servizio: chiamare Ribon con carrozza e cavallo immediatamente . Dopo cinque minuti circa, arriva Ribon detto "el vecio" con cavallo e barrozzina scapottabile. La barrozzina era un mezzo di trasporto veloce fatto per due persone soltanto, molto molleggiata, con due ruote ricoperte di gomma dura. Sulla parte posteriore stava piegata una tela cerata che si apriva a fisarmonica per coprire l'abitacolo. La maestra si coprì la testa con un scialle nero e salì sulla carrozzina. Il vecchio con un piccolo gesto alle redini, accompagnato da un sciocco della frusta, fa partire al trotto il cavallo, lasciando dietro di sè una piccola scia di polvere e non solo, forse anche, una piccola storia dimenticata, che la polvere e il vento si portò via con sè. Oggi, dopo oltre sessant'anni, è ancora nei miei ricordi.
Vito Motti.
Saluti, GRAZIE VITO, Davide
-- LEGNARO--
- SCUOLE ELEMENTARE "Capiteo" di VOLPARO
Una piccola, povera, storia dimenticata.
Correva l'anno 1944; nel pieno della guerra, io andavo a scuola, frequentavo la terza elementare nella scuola "capiteo" di Volparo. La maestra si chiamava Faggioli. Era una donna molto elegante, alta. La sua eta era di circa 42, 45 anni, (per noi, piccoli, aveva una certa età). Non era molto bella, era abile e intelligente, era lei la prima maestra, con funzioni di preside. Aveva una simpatia unica. Quando parlava sorrideva. Noi siamo stati cattivi lo stesso con lei: la chiamavamo signora maestra "fasui". Come vedi il dialetto veneto era la nostra prima lingua.
Verso la fine dell'ottobre del '44 (le date non me le ricordo con precisione: fa testo stagione, temperatura del periodo, modo di vestire). Ho detto modo, no moda! Ad esempio, se era caldo, si camminava scalzi, senza scarpe. Se era freddo, si usavano le "sgalmare". Le sgalmare erano una specie di scarpe con il legno sotto. Per non consumare il legno si mettevano delle brocche di ferro. Durante il periodo freddo, all'interno delle "sgalmare" si metteva la paglia per isolarle dal'umidità che assorbiva il legno. Guarda il caso, in quell'esatto periodo avevo le sgalmarette nuove, cosa che non si dimentica di certo. Era una mattina come tante altre , soffiava un po' di vento. Sono le ore undici, ci troviamo tutti fuori dalle aule, nel cortile della scuola per i quindici minuti di ricreazione. Noi bambini si sfruttava anche i secondi pur di giocare. Le maestre si mettevano da parte, raggruppate, intente alle loro conversazione. Il cortile della scuola, per tutta la sua lunghezza, confina con la strada principale via Alberto 1° (ora via 2 giugno). La strada non era asfaltata, era di ghiaia e terra. Da lontano si vide una nube di polvere spinta dal vento a velocità sostenuta: erano due soldati tedeschi su una motocicletta. Fermandosi, in acrobazie, fanno un testacoda davanti al cancello della scuola alzando un grande polverone. Velocemente scendono dalla moto e si posizionano agli angoli del cortile esterno della scuola con il fucile spianato. Le maestre preoccupate della situazione che stava per svolgersi ci dissero di non muoverci. Due minuti dopo arriva un'altra moto con la carrozzina di fianco. Noi sempre fermi impietriti pieni di paura. Nella moto stavano altri due soldati tedeschi. Uno di loro, di fretta e furia scende dalla moto e va ad aprire lo sportello della carrozzina, subito mettendosi in posizione eretta, con la mano tesa in segno di saluto. Dalla carrozzina scende un personaggio vestito elegante, un po' panciuto, di bassa statura. Aveva un impermeabile chiaro a doppio petto piuttosto lungo, stivali neri lucidi. Con un passo deciso si avvicina al cancello della scuola aspettando che quacuno apra. Compito questo del bidello Carmine. Carmine era una persona molto emotiva, parlava sempre da solo, agitando, testa, braccia e mani. Quando parlava con una maestra o persone di cultura, balbettava e non si riusiva mai a capire cosa dicesse. Era orgoglioso di essere il bidello, di fare quel mestiere e lo faceva anche bene. Portava sempre con sè due chilogrammi di chiavi allacciati alla cintura. Camminando a saltelli si appresta ad aprire il cancello, ma non trova la chiave giusta. Si notava benissimo, tremava come una foglia. Una volta trovata la chiave, le mani andavano di qua e di là, e il cancello restava sempre chiuso. Finalmente il cancello si apre, grazie ad una spinta del soldato. Prima entra il soldato e si mette in posizione eretta, braccio destro dritto e mano tesa, poi entra quel "signore", si ferma a tre passi dentro dal cancello. Lentamente si leva il cappello, si guarda intorno, direi sospettoso di qualche rappresaglia. Aveva una faccia di bronzo, pochi capelli in testa, fermo come una statua. Anzi eravamo tutti fermi come gessi. In quel momento si muovevano solo gli occhi. Si notava sulle braccia dei soldati lo stemma SS incrociato; sul serbatoio delle moto stava scritto B S A. I soldati camminavano intorno alla scuola con il fucile in posizione di sparo, come dovessero sorvegliare un personaggio di notevole importanza . Dal gruppo delle maestre si stacca la signora maestra Fasui (sembrava una scena da film:). Certamente conosceva quella persone: camminava lentamente verso il "signore", era molto pallida. Si ferma a circa un metro da quell 'uomo; si guardano negli occhi senza batter ciglio. Ad un certo punto quel personaggio inizia a parlare. Parole ben scandite e sussurate, che noi non udivamo. Noi impietriti, con il fiato quasi sospeso per non disturbare una situazione estremamente difficile. Da quella faccia di bronzo scendevano lagrime che bagnavano le rotonde guance, scendevano lungo la doppia gola e infine gocciolavano sull'impermeabile. Lei piangeva gridando, tirandosi i capelli. Ad un certo punto, tutti due, a braccia aperte si avvicinano, piangendo si abbracciano, lei crolla a terra, lui la sostiene. Le maestre, rendendosi conto della situazione imbarazzante, ci danno ordini di rientrare nelle aule e di fare silenzio. Noi bambini scioccati dal fatto, zitti zitti senza favellare, ordinati, ci mettemmo in doppia fila ed entrammo nelle nostre aule. Da dentro nelle aule, appiccicati alle finestre, si continuava a guardare la scena. Lui, questo "signore ", rimette in piedi la maestra, fa un passo indietro, si inchina, come per salutare, si gira facendo quatto passi veloci, sale sulla carrozzina. Il soldato, dopo averlo salutato con la mano tesa, si appresta a chiudere lo sportello della carrozzina, poi, con uno scatto salta sul sedile posteriore della moto che era già pronta a partire. Se ne andarono lasciando un polverone che il vento se lo portò con sè. La maestra Fasui, col capo abbassato, presa dal dolore, con un gesto di mano chiama il bidello. Carmine aveva gli occhi sbarrati, capelli dritti, camminando tutto storto. Sembrava fosse un granchio impaurito. Doveva fare un servizio: chiamare Ribon con carrozza e cavallo immediatamente . Dopo cinque minuti circa, arriva Ribon detto "el vecio" con cavallo e barrozzina scapottabile. La barrozzina era un mezzo di trasporto veloce fatto per due persone soltanto, molto molleggiata, con due ruote ricoperte di gomma dura. Sulla parte posteriore stava piegata una tela cerata che si apriva a fisarmonica per coprire l'abitacolo. La maestra si coprì la testa con un scialle nero e salì sulla carrozzina. Il vecchio con un piccolo gesto alle redini, accompagnato da un sciocco della frusta, fa partire al trotto il cavallo, lasciando dietro di sè una piccola scia di polvere e non solo, forse anche, una piccola storia dimenticata, che la polvere e il vento si portò via con sè. Oggi, dopo oltre sessant'anni, è ancora nei miei ricordi.
Vito Motti.
Saluti, GRAZIE VITO, Davide
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